03.01.2011Alessandro Di Maio

I giorni dell’ambasciata

Nel 1946 il governo degli Stati Uniti d’America acquistò dall’ancor debole Stato italiano il complesso di edifici che oggi costituisce l’Ambasciata Generale degli Stati Uniti in Italia. Palazzi, giardini, mura furono in anni diversi proprietà residenziali di nobili romani, ecclesiastici d’alto rango e sabaudi di fine Ottocento. Se nel 1883 i giardini dell’antica Villa Ludovisi vennero quasi del tutto distrutti dai loro nobili proprietari per attività speculativa, negli anni Trenta del Novecento l’Ambasciata USA si trasferì a Palazzo Margherita (così chiamato perché dimora della regina omonima). Contemporaneamente, tra il cancello ancora intatto di Villa Ludovisi e il lato interno di Palazzo Margherita, Benito Mussolini fece costruire un edificio così massiccio da renderlo ideale per la sede nazionale dell’Istituto Nazionale Assicurazioni.

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03.01.2011Alessandro Di Maio

Garibaldi, “dittattore” con quattro T

Era quasi mezzogiorno e non volevo far aspettare il console. Ero da poco giunto a Napoli da Roma per un colloquio con il console britannico della città partenopea. Insieme ad un pugno di colleghi universitari avremmo dovuto sostenere un colloquio per un eventuale internship al consolato. A mezzogiorno in punto tutti e quattro suonammo il campanello del civico 40 di Via Francesco Crispi. Ci aprirono immediatamente. Quando salimmo al piano giusto il responsabile per le relazioni esterne dell’ufficio consolare, Gerardo, ci accolse calorosamente nella Conference Room, un’elegante e sobria stanza di riunione. Ci sedemmo su comode poltrone marroni a lato di un lungo tavolo a forma ellittica che divideva a metà un pavimento vellutato da una moquette blu notte. Il console Michael Burgoyne ci raggiunse appena l’ultimo di noi si presentò stringendo la mano a Gerardo.

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03.01.2011Alessandro Di Maio

Volorapido 2008: Parziali trasgressioni

Tornato in Italia dopo un lungo impegno di lavoro in Svizzera, non vedevo l’ora di riabbracciare Giulia, la donna che mi portavo a letto e dicevo di amare. Lei non si fece trovare e si limitava a mandare SMS in cui scriveva di essere fuori città. Quando mi convinsi di trovarmi di fronte al baratro di chi sta per essere lasciato, ricevetti una sua chiamata. Disse di essere stata in due pellegrinaggi cattolici e aver capito la necessità di cambiare vita, avvicinandosi a Dio e rompendo i ponti con un materialista come me. Aveva certamente un altro. Poiché da tempo…

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03.01.2011Alessandro Di Maio

Il cammino per raggiungere l’ambasciata USA

La mattina mi svegliavo presto per il timore di arrivare tardi in ambasciata. Mi lavavo e vestivo ponendo molta cura ad occhi, capelli, cravatta, e soprattutto al contenuto della borsa in pelle che mi portavo appresso. Partire presto era diventato quasi un piacere: riuscivo a svegliarmi prestissimo senza essere esageratamente addormentato, riuscendo addirittura a salutare chi mi salutava e sorridere quando capitava. Lasciato l’appartamento m’incamminavo sempre per la stazione metropolitana di San Maria del Soccorso, alle volte riuscivo a prendere anche la navetta che raccoglie i pendolari del quartiere per portarli alla stazione. Durante quelle mattine il sole rimaneva basso, coperto dagli edifici del quartiere. L’aria era fresca. Ogni tanto pioveva e il vento, gelido e duro, ossidava le mani, soprattutto quella che teneva la borsa.

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03.01.2011Alessandro Di Maio

I mille profeti si riuniscono a Roma

Poco prima dell’esordio in Ambasciata, mio padre venne a trovarmi dalla Sicilia. Con sé portava vestiti e oggetti che mi sarebbero serviti a Roma. Venne in aereo e ci ritrovammo alla stazione Termini. Quando mi vide esclamò: “con questo giaccone, questa sciarpa e questa coppola ti trovo invecchiato!” L’atmosfera che respirai in quei giorni fu lieta perché ebbi modo di camminare con mio padre per le strade di Roma, di conversarci come mai era successo prima. Rimase a Roma per tre giorni, giusto il tempo per qualche discussione su religione e politica, per godersi la città, visitare qualche museo, invitarmi a mangiare al ristorante e assistere all’Angelus del Papa. “Credi sia veramente lui alla finestra?”, gli domandai con il naso in su in direzione di un individuo vestito di bianco affacciato ad una finestra su Piazza San Pietro. “E’ talmente piccolo che potrebbe essere chiunque”, rispose mio padre sorridendo.

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03.01.2011Alessandro Di Maio

Tex e pacco bomba a Roma

Era la mattina del 9 Gennaio 2008 ed ero appena arrivato a Roma su un volo proveniente da Budapest. Mi trovavo a Roma per un periodo di lavoro all’Ufficio Stampa dell’Ambasciata degli Stati Uniti che avrei iniziato dopo cinque giorni di adattamento e riposo con cui speravo di rimettermi dai dolori al tendine d’Achille del piede destro. Quella notte non avevo dormito affatto, ma la cosa peggiore è che avrei dovuto aspettare in stazione per tutta la mattina, fino a quando la padrona di casa della stanza dove avrei risieduto per i due mesi dell’intership, fosse tornata a casa da lavoro. Per un po’ dormii accovacciato su una poltrona nera posta della sala d’aspetto della stazione. Mi ero circondato di valigie e borse per meglio tenerle sottocontrollo. Avevo male al collo e per distrarmi decisi di leggere qualcosa.

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