16.01.2011 Alessandro Di Maio

Politici di unā€™Italia in crisi

A poco più di un mese dalle elezioni anticipate, proprio nei giorni della presentazione delle candidature da parte dei partiti politici, Romano Prodi, attuale Primo Ministro dimissionario, ha annunciato di non ricandidarsi e di lasciare la politica per dedicarsi alla famiglia e ad attività sociali in fondazioni e associazioni, probabilmente in ambito internazionale.

Con l’elezione del professore nel 2006 - nonostante la sua risicata maggioranza - molti Italiani avevano iniziato a credere alle grandi coalizione e ad un’Italia di governi stabili e alternanti, ma la caduta di Prodi e l’apertura della campagna elettorale li ha fatti ricredere.

Oltre al ritiro dei soldati dall’Iraq e alla lotta all’evasione fiscale, limitato com’era dai numeri del Senato e dall’eterogeneità della propria coalizione, nei suoi venti mesi di vita il governo Prodi ha fatto poco. Era necessario un governo di unità nazionale, certo, ma come dirlo agli elettori che per mesi erano stati proiettati in uno scenario bipartitico?

Per le strade i manifesti mostrano facce e slogan sempre uguali, di politici e partiti che da anni hanno la forza, il coraggio di ripresentarsi, come per una missione divina a cui non possono e devono rinunciare.

Quando agli inizi degli anni Novanta il rinnovamento della classe politica dovuto alla brezza di Mani Pulite sembrava dietro l’angolo, nessuno credeva possibile che la situazione potesse peggiorare sedici anni dopo.

L’Italia vive una profonda crisi che è morale prima, politica ed economica poi. A dimostrarlo non solo il comportamento di Mastella – ex Ministro della Giustizia –, che si è lamentato della “persecuzione” attuata dalla magistratura nei confronti suoi e della moglie, o di Cuffaro – ex Governatore della Regione Sicilia –, che dopo aver ricevuto una condanna di cinque anni di carcere ha festeggiato con i cannoli e rifiutato (inizialmente) di dimettersi, ma anche quello di tutti i compagni di partito, alleati e colleghi che hanno dato la propria solidarietà ai due.

E poi il comportamento dei politici che si sono opposti strenuamente a che il Papa visitasse la Sapienza, quello dei senatori che hanno picchiato ed insultato il senatore Cusumano al momento del voto di fiducia e quello di coloro che nell’aula parlamentare hanno mangiato mortadella e stappato spumante alla caduta del governo.

Ancora quello del leader dell’UDC, Pierferdinando Casini, che ha offerto a Cuffaro un seggio al Senato, quello di Berlusconi che straccia il programma degli avversari e si dice deciso a dare un seggio all’imprenditore Ciarrapico, che dichiara di essere fascista, quello dei leader del PD che enunciano di tenere fuori dalle proprie liste i c.d. politici di professione e poi fanno marcia indietro promuovendo eccezioni.

L’Italia ha bisogno di meno partiti, di schieramenti capaci di rispettarsi lealmente e di stringere un patto per la modernizzazione delle istituzioni, per incentivare la produzione di energia da fonti rinnovabili, aumentare i salari (recentemente classificati dall’UE i più bassi d’Europa), risolvere l’immobilità che impedisce la costruzione di infrastrutture e lo smaltimento dei rifiuti, riprendere la compagnia aerea di bandiera dal tracollo definitivo, garantire la certezza delle pena per i condannati e la presenza dello Stato nelle regioni meridionali.

In un quadro del genere, il fatto che un politico – Romano Prodi, che pur contando un passato da amministratore pubblico, non è mai stato un vero politico di professione - riesca a staccarsi dalla poltrona è significativo, ed è portatore di speranza insieme alla decisione dei due grandi partiti, PD e PDL, di evitare coalizioni per permettere la probabile esclusione dal parlamento di molti dei piccoli partiti italiani che spesso rispondono ad interessi non sempre confessabili.

Editoriale pubblicato su LaSpecula Magazine il 9 Marzo 2008.