04.01.2011 Alessandro Di Maio

L’incontro televisivo. Obama vs Clinton

Quando il sole superò il Potomac per rifugiarsi dietro la collina del Cimitero Nazionale di Arlington, nello Stato della Virginia, la capitale della superpotenza mondiale si mostrò in abito da sera, odorante di pesca, illuminata dalle luci bianche dei monumenti e controllata a vista dalle lanterne rosse lampeggianti in cima all’obelisco.

In attesa del verde dei semafori, armate di taxi colonizzarono gli incroci delle strade, mentre i marciapiedi, abbandonati da impiegati, sportivi e turisti, si popolarono di vagabondi senzatetto quasi sempre dalla pelle nera e dal viso coperto da berretti e sciarpe di lana.

Cartelli artigianali appesi ai pali dei marciapiedi informavano la cittadinanza, ed in particolare i democratici della Virginia, del debate, l’incontro televisivo tra i senatori Barack Obama e Hillary Clinton che si sarebbe tenuto quella sera sul canale ABC. John Edwards, il più a sinistra tra i candidati, si era già ritirato dalla corsa alla nomination democratica.

Nelle strade attorno all’alberata McPherson Square, a pochi metri dalla Casa Bianca, gli homeless, esseri umani diventati corpi stanchi, invisibili e anonimi, vagavano da un angolo all’altro in cerca di un posto dove potersi riparare dal vento freddo che spazzava la città.

Mi avvicinai ad uno di essi con l’intenzione di rivolgergli qualche domanda. Stava sdraiato a terra con le spalle appoggiate su una rientranza della parete d’entrata della metropolitana. Il volto era quasi totalmente coperto e rivolto verso il basso, come se stesse guardandosi i piedi.

Quando mi abbassai sulle ginocchia per farmi sentire meglio mi resi conto di parlare con una donna. Aveva la pelle chiara sporcata dal sole e dalla vita. Era piena di rughe, magra e dal ventre gonfio. Mi presentai dicendo di essere uno studente italiano in cerca di fortuna in America. Lei disse di chiamarsi Amanda, di avere 56 anni e di aver lavorato come operaia in una fabbrica di piastrelle di Baltimora. Poi aggiunse: “Se stai cercando il Sogno Americano ti consiglio di tornare a casa. E’ tutta propaganda, sono storielle”.

Arrabbiata con il mondo, Amanda viveva in quella condizioni dal 2002. Ha tre figli, uno in carcere, uno in Canada a lavorare come operaio per una ditta che estrae petrolio dalla sabbia e uno affidato al padre in Texas. Amanda dice di aver perso tutto, “anche l’amore verso una patria a cui non interessano i cittadini ma i grandi numeri”.

Quando le chiesi del debate rispose: “Non abbiamo la possibilità di guardare la televisione e se proviamo ad entrare in un bar ci cacciano fuori a pedate. La sera leggiamo i giornali che raccogliamo per strada, ma del dibattito o del prossimo presidente non mi interessa nulla perché nessuno mai al Campidoglio o alla Casa Bianca si è mai interessato a me”.

Amanda e gli altri invisibili non avrebbero guardato il dibattito, ma io che ne avevo la possibilità affrettai il passo in direzione della George Washington University (GWU), una delle più prestigiose università americane. Lì avrei seguito l’incontro televisivo in compagnia degli studenti universitari in un atmosfera simile a quella di un incontro sportivo.

L’atrio universitario aveva le fattezze di un fastfood: la cucina era uguale a quella di un McDonald e sfornava hamburger e patatine fritte ogni minuto, un’ampia vetrata lasciava spazio alla vista della città dall’alto. Le pareti erano pitturate di blu, giallo e verde, e dal soffitto piovevano luci bianche che illuminavano il pavimento moquettato ed i tavolini di legno su cui gli studenti poggiavano i loro computer portatili.

Ovunque vi erano televisori al plasma. Erano tutti sintonizzati su un unico canale, la trasmissione della ABC sull’incontro. Tra gli studenti c’era chi seguiva il debate dai tavolini e dalle poltrone, altri stavano sdraiati su comodi divani colorati posizionati vicino alla sala giochi.

Nonostante il nervosismo i duellanti televisivi s’interrompevano raramente. Nei loro volti regnava una finta sicurezza. Consapevole del sex appeal di Obama e delle proprie rughe, decisa a non cadere nella trappola televisiva che nel 1960 favorì il giovane Kennedy rispetto all’anziano e nervoso Nixon, Hillary Clinton sorrideva spesso, ma era Obama quello che scaldava il pubblico attorno a me.

Tra una battuta e l’altra ebbi il tempo di parlare con gli studenti. “Se Obama diventasse presidente riusciremmo ad uscire dal pantano iracheno e ad applicare i diritti civili ancora spesso solo sulla carta per afro-americani e latinos”, affermò Mike, afroamericano di 21 anni e studente di economia.

Vanessa, 22 anni studentessa di legge si dichiarò decisa a votare per Hillary Clinton “perché persona perfetta per risolvere i problemi causati dall’amministrazione Bush. Se è vero che Obama propone ottimismo e cambiamento – continuò – non posso comunque confidare in lui perché sono certa che non saprebbe come gestire le difficoltà economiche cui l’America è soggetta. Obama non ha esperienza, Hillary sì”.

Gulbahar, studente 19enne, disse: “Barack Obama vincerà la candidatura democratica. E’ un nuovo Kennedy, un nuovo Bobby che sa come dare speranza agli americani. Tuttavia - continuò - McCain ha buone possibilità di diventare presidente perché è ampiamente sostenuto dal suo stesso partito, non ha rivali interni, mentre il Partito Democratico è diviso tra supporters di candidati che sembrano non piacersi a vicenda”.

Quando chiesi le priorità americane Vanessa elencò l’economia, la riforma del servizio sanitario e la guerra in Iraq, mentre Gulbahar ammise: “parlare di Iraq è tempo perso, entrambi i candidati puntano al ritiro, e forse lo pensa anche McCain. La riforma sanitaria è invece una patata bollente: noi americani siamo molto individualisti e non volendo pagare le tasse non vogliamo nemmeno un servizio sanitario gratuito per tutti”.

Sdraiata su un divanetto con il portatile sulle gambe e un sacchetto di patatine fritte nella mano destra, Marta Lopez è una studentessa di 19 anni, l’unica a non avere problemi a darmi il suo cognome. “Sono di Puerto Rico e qui non posso votare perché per farlo dovrei tornare a casa. Da quello che so i portoricani sono molto interessati e affascinati dalla figura di Obama: è pulito, nuovo, fresco, mentre Hillary non solo è più addentrata nell’aristocrazia istituzionale che Obama dice di voler combattere ma è la moglie di un ex presidente”.

Marta mi presentò Michael, un ragazzo nero di 20 anni con capelli rasati, tante catenine d’oro appese al collo e un fisico muscoloso messo in evidenza da una maglietta aderente. Anche lui è in ludoteca ma non è uno studente e non è interessato nemmeno al dibattito tra Obama e Clinton. “Sono qui per stare con gli amici, mangiare insieme e divertirci”.

Dal collo emerse una parte del tatuaggio che aveva sulla schiena. “Che tatuaggio è?”, domandai. Alzò la manica della maglia e mostrò un complesso disegno colorato fatto di aquile, teschi, serpenti e frasi che coprono una parte di schiena, collo e braccio destro. “E’ in ricordo di mio padre, morto di AIDS lo scorso anno, ma è anche una sfida alla malattia che da poco è entrata anche nel corpo di mia madre. Non entrerà mai nel mio”, affermò a occhi lucidi.

“Se in famiglia avete di questi problemi perché non ti interessi alle elezioni? In questa campagna elettorale uno dei temi più discussi è la riforma sanitaria”, domandai. Lui tornò a sorridere e disse che la politica non fa per lui. Mi porse la mano e mi augurò una buona serata.

Quando l’incontro televisivo si concluse chiesi l’esito a Gulbahar. “L’incontro è stato nettamente vinto da Obama”. Vanessa, studentessa pro-Hillary, ammise la sconfitta: “E’ vero ha vinto Obama ma solo perché taglia ogni ragionamento con frasi del tipo ‘We need change’”.

Gulbahar propose un pronostico: “Questo dibattito è stato vinto da Obama, lo Stato della Pennsylvania sarà vinto dalla Clinton, la nomination democratica sarà di Obama e lo scontro con McCain sarà un altro successo del candidato afro-americano”.

Tratto da “Diario di un giornalista per la prima volta ufficiale”
Italia e Stati Uniti d’America
Marzo-Maggio 2008

Il testo contenuto in questo post fa parte della tesi di laurea di Alessandro Di Maio dal titolo "USA 2008: elezioni primarie e giovani americani" ed è stato per la prima volta pubblicato su Alexander Platz Blog il 4 Gennaio 2010