02.03.2012 Alessandro Di Maio

Lettera a un amico giĆ  morto

Caro Till,

dicono che Gerusalemme sia il centro di tutto, punto d’incontro tra il mondo terreno e quello ultraterreno. Non so se sia davvero così. Ebrei, Cristiani e Musulmani ripetono questo concetto da migliaia di anni, e se lo fanno tutti insieme magari hanno ragione, chissà.

Qualche giorno fa ci hai lasciato. L’hai fatto in punta di piedi, senza scomodare nessuno, senza richieste o avvertimenti: hai spento le luci, chiuso la porta e seguito la strada fino al suo incrocio più lontano. T’immagino già vestito con il solito cappotto lungo, gli occhiali sul naso e quei capelli biondi che nessuno ha mai capito come pettinassi.

Adesso che non ci sei più, potresti confermare o sfatare la credenza su Gerusalemme? Di certo aiuteresti il mondo. Sarebbe bello sapere con certezza assoluta l’esistenza o l’inesistenza di Dio e dell’aldilà. Si eviterebbero molte guerre e si vivrebbe in pace.

Se l’umanità avesse la certezza scientifica dell’esistenza di Dio allora ci uniformeremmo immediatamente tutti alle sue regole. Se invece ci fosse la certezza assoluta del contrario, cioè dell’inesistenza di alcuna entità superiore, eviteremmo di ammazzarci tra di noi in nome di Dio. Sarebbe bellissimo.

Qualche giorno fa mi trovavo al Cairo. È lì che, grazie a una lettera, ho saputo della tua dipartita. Se posso essere sincero, mi aspettavo l’invito a cena da parte di una bellissima dama musulmana, proprio come accade nei film in cui gli uomini occidentali affascinano le donne del posto. Invece no, il contenuto di quella lettera riguardava te, o meglio il tuo funerale. Non sapevo se crederci o no. C’eravamo sentiti solo qualche giorno prima, non potevo credere a quello che leggevo: il mitico Till levava le tende.

Ma dico, non hai pensato ai tuoi genitori? Ai tuoi amici? A me? Non hai pensato al nostro ridicolo e malefico piano di conquistare la Terra Santa facendo l’amore con le donne del posto? Non hai pensato alle scoperte scientifiche, alle rivoluzioni, alle guerre, ai trattati di pace che ti saresti perso? Non hai pensato a quante volte di fronte ai nostri amici ti saresti potuto vantare di conoscere l’arabo e l’ebraico meglio di me? Non hai pensato al Sole che ogni giorno sorge e tramonta senza dare spiegazioni a nessuno? E alle stelle che da Gerusalemme si vedono che è una meraviglia? Non hai pensato alle stelle? Till, le stelle..

Ma che dico, chissà a quante cose, attimi, speranze, persone avrai pensato sdraiato su quel maledetto letto d’ospedale per quasi un anno, sfiancato dai dolori addominali e indebolito da un cancro ingiusto che ti rubava i tuoi venti e rotti anni.

Ricordo ancora quando ho saputo del tuo ricovero. A Gerusalemme era appena scoppiata una bomba in una fermata degli autobus e ti avevo chiamato per sapere se stavi bene, ma tu eri in ospedale per un altro motivo. Tu già lottavi contro il cancro.

Ti ricordi quando ci siamo conosciuti? Era il 2009 a Vienna e non faceva altro che piovere. Però quante discussioni, quante incazzature per quella macchina fotografica rubata e quante risate nel vedere Maxime scendere in strada completamente nudo per zittire un gruppo di americane in assetto “bevi birra e urla”.

Poi la decisione di passare l’estate in Sicilia, scalando Vulcano alla luce della Luna e “prendendo in prestito” quanta più birra possibile dal chioschetto lassù in cima. Ricordo che un giorno, sulla spiaggia di Vulcano, ti comparai al protagonista di Morte a Venezia, di Thomas Mann. Io giocavo in acqua con gli altri e ogni tanto davo uno sguardo alla riva. Stavi elegantemente seduto sulla sabbia nera del vulcano, vestito con una camicia di lino e un capello di paglia. Leggevi Le Monde Diplomatique mentre ti facevi ombra con le mani. Sembravi un quadro di fine Ottocento.

Dopo quell'estate ci siamo rivisti in Francia, alla consegna del mio primo premio giornalistico. Vivevi in un bellissimo appartamento in una Nancy perennemente ricoperta di neve. Mi portasti in giro per tutta la regione su una macchina scassata presa in prestito da un tuo amico. Che fatica togliere la neve dal parabrezza! A proposito, c’è una domanda che volevo farti: come faceva a piacerti il teatro Pompidou? Dai Till, era orrendo!

Una sera, sempre a Nancy, abbiamo celebrato il tuo trasferimento a Gerusalemme. Ricordo che c’era anche Surya. Lei sarebbe andata negli Stati Uniti e tu in Medio Oriente. Quel giorno eravamo certi che avremmo vissuto insieme a Gerusalemme per almeno due anni. Già perché anch’io avevo detto di volermi trasferire in Terra Santa per un po’.

Oggi ti scrivo da Gerusalemme e lo faccio nel giorno del tuo funerale. È un giorno speciale perché nevica e la neve ricopre i templi e le case rendendo tutto più spettacolare. A Berlino com’è il tempo? Nevica?

Sai ho preso un appartamento a pochi metri da quello in cui vivevi tu. Le differenze sono che il mio è più bello e che per tornare a casa non è necessario attraversare la tenda della famiglia di Gilad Shalit e il controllo di sicurezza delle guardie del primo ministro israeliano.

Ricordo quando anche io arrivai in Terra Santa e tu organizzasti una cena a casa tua a base di pasta, patate e vino rosso! Di certo la migliore cena organizzata da un tedesco. Non potrò mai dimenticare che al suq, il mercato locale, comprasti la bottiglia di vino più costosa proprio per celebrare il mio arrivo.

Da quando ho saputo che non sarai più con noi penso spesso alla nostra ultima cena. Era a Tel Aviv e c’era anche Sharon e Asdrubalina, il mio cane. La cosa che ricordo con più precisione è il tuo iniziale timore nei confronti del cane e la successiva felicità nel costatare che il cane ti dava la zampa se tu la chiedevi.

Poi la malattia, la fuga dalla Terra Santa, la chemioterapia in Germania, la morte, il funerale oggi a Berlino. So che hai chiesto di essere seppellito a Berlino perché ti sentivi più berlinese che tedesco. Come darti torto, tu eri fatto per Berlino, per i suoi palazzi, per la sua storia, per la sua gente, per la sua atmosfera.

Adesso ascolto la canzone degli U2 “With or without you”. Sì, lo so a te non piaceva, ma è la stessa che ascoltavamo in macchina quando sotto la neve di Nancy suonavamo il clacson alle ragazze in bicicletta. With or without you, con o senza te. Che beffa. È come dire che il mondo va avanti comunque. Forse è questa la cosa più bella e brutta della morte.

Till Ostermann, non sopportavi essere chiamato per cognome. Dicevi che avere un cognome che significa “uomo dell’est” non era per te. Invece io l’ho sempre trovato altisonante, romantico, romanzesco, affascinante, di quei cognomi che si leggono bene sulla copertina dei libri di scienze politiche o diplomazia.

Ti ricordo ridere come un matto quando, dopo aver scoperto che il tuo nome in ebraico significa missile, ti chiamavo “Till the Rocket”, Till il missile. Chissà forse era tutto scritto quando, molti mesi dopo, in un’e-mail scrivevi che il missile aveva perso slancio e velocità. Ma i missili si aggiustano Till, che diamine!

So che volevi tornare a Gerusalemme e finire il master. Ci tenevi così tanto. Avevi già deciso: "cancro permettendo, a Gerusalemme nella primavera del 2012!" Siamo ancora in inverno. Qui nevica Till, sei ancora in tempo. Dobbiamo conquistare Gerusalemme, non dimenticarlo. Smettila di far finta di essere sparito. Mi manchi. Ti aspetto.

In gamba e sconfiggi il cancro!
Il tuo amico, Alessandro.

ps: la foto che ti mando te l'ho scattata a Metz nella Francia nord-orientale. Non è delle migliori, ma in quella foto sei felicissimo ed è così che voglio ricordarti.

Gerusalemme, 2 Marzo 2012