16.01.2011 Alessandro Di Maio

L’artista ungherese Mil├ín Kopasz si racconta

Lo incontro a casa sua, in un appartamento che condivide con il fratello e un collega d’università a poche centinaia di metri dal Ponte Petőfi sul lato di Buda, a Budapest. L’abitazione è quella tipica degli studenti fuori sede ma la sua è decorata da decine di quadri e cartine geografiche, fotografie e cartoline.

Budapest è coperta di neve, congelata da una temperatura di vari gradi sotto lo zero. Milán cammina lentamente per il salotto di casa sua, mi mostra dei quadri, degli schizzi; poi mi invita a sedermi ad un pesante tavolo di noce offrendomi una tazza di tè caldo. E’ un ragazzo di ventuno anni proveniente da Szolnok, un centro abitato dell’Ungheria orientale.

Da qualche anno vive a Budapest, dove studia alla KREA, la scuola d’arte grafica. Vive in un piccolo appartamento sul lato di Buda in compagnia del fratello poco più grande. Non è figlio d’arte, se non si tiene conto di un bisnonno “che forse - come dice lo stesso Milán - suonava il violino”.

Milán suona la chitarra e ama l’Italia. Dice di averla visitata già due volte. Qando gli domando se si definisce un artista lui si imbarazza, si guarda intorno, prende un respiro e poi risponde: “Si, certo, sono un artista, un pittore, almeno mi piace crederlo. Sono un pittore perché amo dipingere, ma sono anche un grafico perché studio grafica e design. Se la pittura è arte pura e mi viene dal cuore, la grafica è solo uno strumento che mi dovrebbe permettere di vivere facendomi guadagnare qualche soldo. Guadagnare con la pittura è sempre stato difficile e continua ad esserlo oggi”.

“Come hai iniziato a dipingere?”
“Non ho mai imparato da nessuno”, risponde dopo aver attinto dalla tazza. “Tranne nelle poche lezioni d’arte a settimana impartite dalla scuola in cui mi sono diplomato, posso dire di non aver mai studiato per pitturare. La passione mi è venuta da piccolo, casualmente, quando mi divertivo a disegnare e colorare i tipici soldati ungheresi del Medioevo con i loro elmi, le armature, le spade e i
loro colori sgargianti”.

“Da allora ad oggi quanto sei cresciuto? e cos’è cambiato?”
“Credo di essere cresciuto molto, non solo in altezza ma anche professionalmente”. Poi tornando serio continua: “Crescendo si impara a conoscere la vita, a saperla dura e difficile. Quando mi diplomai ero indeciso se immatricolarmi all’Accademia o iscrivermi ad una scuola di grafica e design. Il cuore mi indicava la prima ma alla fine scelsi la seconda perché poteva garantirmi di vivere e pitturare”.
“Di quante opere sei padre?”

“Ho fatto circa 60, 70 opere. Con tecniche, materiali e soggetti diversi”.
“Le hai mai esposte?”

“Certamente! Le opere di pittura sono state esposte due volte, la prima volta nel 2006, la seconda nell’anno successivo. Per quanto riguarda la grafica, recentemente il Szimpla, un famoso pub della capitale, ha esposto sei dei miei poster per una mostra organizzata in collaborazione con la KREA. Uno di questi è stato dichiarato shortlisted della sezione Human Rights Violation nell’ambito del concorso internazionale di arte grafica good50x70, e per questo esposto in varie città europee”.

“Tornando alla pittura. C’è qualcosa che la caratterizza, che la distingue dalle altre?”
“Una di queste è data dal fatto che normalmente dipingo sul cartone, su di un materiale che la gente utilizza per poco tempo e poi butta facendone della spazzatura”.

“Potresti spiegarci questa tua particolarità?”
“Su questa mia decisione c’è anche un motivo filosofico: per me l’arte è relativa, temporanea, essa dipende dal momento, dai sentimenti dell’artista, dai dettagli del soggetto, dalla situazione da cui l’artista trae il soggetto dell’opera, dal modo in cui l’artista percepisce luoghi, suoni, odori, ricordi e se li reinterpreta. L’opera d’arte è figlia del suo tempo e poiché ogni tempo muore credo sia giusto che l’opera d’arte muoia con esso tramite il logoramento naturale di un materiale debole come il cartone”.

“Ti senti un artista ungherese o europeo?”
“Mi piacerebbe dire di essere un artista europeo, ma per gli altri sarò sempre un artista ungherese. La cosa non mi dispiace assolutamente ma ammetto di sentirmi un artista europeo più che ungherese. Il motivo è facile riscontrarlo nelle mie opere: non trattano tematiche tipiche del mio paese, degli ungheresi. La maggior parte di esse ritraggono persone comuni con le loro vite ed i loro caratteri”.

“Come fai a dipingere i caratteri delle persone?”
“Cerco di trovarli come farebbe qualsiasi persona davanti ad un’altra e poi li rappresento con l’aiuto dei colori e del loro movimento dei pennelli. E’ un’attrazione magnetica ed immediata, per questo spesso lavoro velocemente, con passione, come un vulcano che esplode senza aversi fatto annunciare.”

“Praticamente come dipingi?”
“Beh non manca la musica. Essa dipende dal mio umore, proprio come le tecniche. Acquarello, olio, collage oppure un mix di tutto questo”.

“Milán vorrei rivolgerti una domanda che si fa sempre di fronte ad un artista. Chi sono i pittori a te più vicini?”
“Mi sento molto vicino a Pablo Picasso, Salvador Dalì, Henri Matisse, Toulouse-Lautrec e Mihály Munkácsy, anche se ho imparato molto da un artista non così conosciuto come quelli appena citati. Si chiama Giuseppe Lana ed è un ottimo e giovane pittore contemporaneo che vive a Catania, in Sicilia, che mi ha molto consigliato e dato nuove ispirazioni”.

Intervista pubblicata su LaSpecula Magazine il 2 Marzo 2008.