09.05.2011 Alessandro Di Maio

Le sirene suonano su Haaretz

Non è una creatura marina con l'aspetto diviso tra quello di una fanciulla e quello di un pesce. Non ha squame, né pinne, ma una voce forte, squillante e amara, che non affascina né ammalia i naviganti, ma segnala l’incombente arrivo di attimi d’importanza collettiva.

Come me, l’avrete sentita tante volte nelle versioni più comuni delle autovetture della polizia e dei vigili del fuoco, ma la voce prolungata e monotona della versione più alta di quel dispositivo chiamato ‘sirena’, è un’altra cosa.

Ha sostituito le campane delle antiche cittadine europee e il gong dei villaggi asiatici, ma la funzione è la stessa: avvisa una guerra, un disastro naturale, una gioia, un momento collettivo di ricordo.

La Sicilia e l’Italia l’hanno certamente conosciuta durante la Seconda Guerra Mondiale, quando rudimentali altoparlanti avvertivano la popolazione di probabili bombardamenti da parte nemica, oppure quando il regime fascista chiamava a raccolta le folle oceaniche di un tempo.

Mia nonna paterna, che la guerra l’ha vissuta in quella che era allora la sonnolenta cittadina di Milazzo, sulla costa nord-orientale della Sicilia, ricorda spesso: “A quannu si sintiunu l’aeri, faciunu sunari l’allammi. Si sintia a stentu, comu si ci mancassi lu ciatu. I cristiani curriunu, curriunu, ca prima di bumbi s’aviunu ammucciari a cacchi patti. Ma unni? Cu sutta l’ùmmira di ceusi, cu sutta u materassu. Me patri havia fatto na fossa e l’havia cummigghiata cu quattro tavuli. Chistu era u nosthru rifugio”.

Oggi è il 9 Maggio 2011, un lunedì di primavera, un giorno di brezza leggera per gli uccelli che volano nel cielo tinto d’azzurro del Vicino Oriente; un giorno di meditazione e ricordo per noi esseri umani, chiamati, per l’ennesima volta, a iniziare e chiudere la giornata cercando di fare qualcosa di buono.
Da questo lembo di terra posto nella parte più orientale del mare che circonda la mia amata isola, e che tante volte ho solcato e abbracciato d’estate, scrivo di un suono e di un tempo, quelli della “memoria”.

Sì, perché se esattamente sessantasei anni fa cessavano le attività belliche in Europa, e gli europei non avrebbero più dovuto aver paura del timbro paterno della sirena, questa settimana, una parte della terra che mi ospita, l'ha fatta più volte risuonare.

L’aria tersa ha vibrato tre volte, non per allertare la popolazione dell’imminente arrivo di un missile Grad sparato dalla Striscia di Gaza, ma per ricordare i milioni di esseri umani sterminati dalla follia nazista, le decine di migliaia di persone morte nelle guerre che hanno accompagnato la nascita e la crescita dello Stato di Israele e le centinaia di persone uccise dalla barbarie vile degli attacchi terroristici.

Per pochi minuti il suono prolungato e cupo della sirena ha bloccato Israele, dalle alture contese con la Siria al Mar Rosso, dal Mar Mediterraneo al fiume Giordano.

Qualsiasi attività ha chiuso, qualsiasi mezzo di trasporto si è fermato, qualsiasi essere umano ha chinato il capo e reso omaggio alle vittime. L’evento mi ha colpito, tessendomi di dosso sensazioni contrastanti: da una parte l’idea critica che Israele sia una società irreggimentata, che fasci la propria popolazione non soltanto con il meccanismo che regola la leva militare, ma anche con il suono della sirena e l’obbligo normativo di “chiudere ogni attività d’intrattenimento pubblico” e “limitare i comportamenti allegri”; dall’altra, l’ammirazione per un popolo che ha sofferto tanto e che, negli appuntamenti importanti riassuntivi della sua storia e delle sue tradizioni, è unito, forte, solidale, come una famiglia ancora capace di sedersi a tavola tutta insieme.

La mattina del 2 Maggio le sirene hanno suonato per ricordare le vittime dell’Olocausto, la sera dell’8 Maggio per onorare le vite dei soldati caduti nelle guerre di Israele, la mattina del 9 Maggio per commemorare i civili uccisi dagli attentati terroristici degli ultimi anni.

Due minuti a ogni commemorazione. Sei minuti in totale. Un tempo breve, brevissimo, che diventa enorme nell’immobilismo e nel rumore totalizzante delle sirene di un intero paese.

Il rumore delle sirene è lancinante, tagliente come un coltello, soffocante come l’afa di queste latitudini, penetrante come un chiodo, pesante come lo scroscio di una pioggia improvvisa. Entra nelle ossa, ti fa rabbrividire, fa paura. Scava nei tuoi ricordi, massacra la tua coscienza, ti unisce agli altri nel nome della sofferenza e della speranza.

Quando la sirena smette di suonare la città torna a vivere. Tu risali in bicicletta per tornare a fare quel che stavi facendo, ma ti accorgi di non essere più quello di prima. Rifletti, guardando la gente camminare, ricordando gli attimi precedenti, quando tutti erano a capo chino, immobili.

Dopo la sirena ho pedalato per tutta la città, formulando questa piccola quanto mediocre poesia. La dedico alle vittime commemorate dai quei sei assordanti e tristi minuti.

Uomini dritti (Tel Aviv, Maggio 2011)

La sirena suona,
tutto s’acquieta.

Vedo il mondo fermarsi.
La città muore,
china il capo.

La gente rende omaggio
“Penso, ricordo, soffro,
soffro, ricordo, penso”.

L’attimo elargisce.
Qualcuno si scuote,
piange.

La sirena suona,
tutto scompare.


Post e poesia di Alessandro Di Maio