15.07.2013 Alessandro Di Maio

Caso C├ęcile Kyenge. Italiani brava gente

Quando è finita la Seconda Guerra Mondiale, l'Italia si è data una ripulita da tutte le schifezze compiute in Albania, Grecia, Libia, Somalia, Eritrea ed Etiopia. Siamo stati così bravi da far passare quasi sotto silenzio l'esistenza di campi di concentramento nostrani, la deportazione di ebrei, la pulizia etnica compiuta nelle ex colonie e i massacri a base di gas realizzati un po' ovunque.
Era facile, bisognava sparare a zero sugli indifendibili regimi di Mussolini e Hitler. Così abbiamo inventato l'idea che gli Italiani siano brava gente, uomini e donne incapaci di far male, solo in grado di dare "ammore", di cantare, sorridere, fare l'amore e innamorarsi.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale abbiamo preferito la strada più corta rispetto a quella giusta. Invece di assumerci le nostre responsabilità e colpe, invece di avviare un serio dibattito storico-politico sul nostro passato, invece di chiedere scusa, abbiamo scaricato il barile ad altri. Già, perché probabilmente è questo che caratterizza noi italioti. Non il mandolino, l'amore per la bella vita, la passione per le tette delle donne e per la letteratura, ma la straordinaria capacità di non assumerci le nostre responsabilità, di accumulare scheletri nell'armadio, di creare situazioni complesse e infischiarsene di spiegarle.

L'avevamo fatto tanto tempo prima con l'Unità d'Italia, quando migliaia di napoletani, calabresi, siciliani e pugliesi, contrari all’idea stessa di Regno d'Italia, combatterono contro le truppe di occupazione italiane a difesa dello Stato precedente. Questi uomini furono chiamati "briganti" (termine che oggi equivarrebbe a "terroristi"), furono combattuti, impiccati, massacrati, denigrati, dimenticati. Nella storia d'Italia questi uomini non hanno mai avuto spazio. Le loro idee non rientravano nell'Italia Unita, e visto che pochissimi storici hanno dato loro spazio e che non si è mai aperto un dibattito politico e storico sull'Unità d'Italia, quelle idee continuano a non esistere.

Ci siamo lavati le mani anche con il fascismo e il colonialismo: ora fieri amanti delle leggi razziali e dell'Impero, poco dopo comunisti, socialisti, liberali e democristiani tutto d'un pezzo. Non abbiamo mai voluto realmente parlare dei motivi che ci hanno spinto a essere fascisti e colonialisti, non abbiamo discusso, non abbiamo riflettuto sul nostro passato, ma sì, abbiamo preso la strada più facile: scaricare tutte le colpe al capoccione di Mussolini. Non mi permetterei mai a difendere Mussolini, ma possiamo ancora oggi credere che sia solo colpa sua? Quanti in Italia sanno che quei comunisti, socialisti, democristiani e liberali dall'indiscussa moralità tentarono in tutti i modi di negoziare con gli Alleati la restituzione della Libia italiana, semplicemente perché non era stata conquistata in periodo fascista?

È per questo che oggi l'Italia è in crisi, per questo che noi tutti siamo in crisi: non sappiamo chi eravamo, chi siamo e dove andremo, non conosciamo la nostra identità.
Riteniamo che l'Italiano sia come Machiavelli, Dante, Boccaccio, Petrarca, Colombo, ma la verità è che tra noi e loro c'è una differenza abissale, e che noi, oggi, siamo più simili a chi è andato in Abissinia a "portare modernità e democrazia" che ai grandi scrittori, poeti e navigatori della nostra storia.

La favola intitolata "Italiani brava gente" vale per quello che è, semplicemente una favola. Non è mai stata vera. Non siamo più bravi degli altri, ma alle volte siamo stati peggio degli altri. Abbiamo commesso barbarie e nefandezze di ogni tipo. Siamo stati i primi a lanciare bombe da un aereo, siamo stati gli inventori del fascismo, i distruttori d’interi villaggi greci, i creatori della mafia; abbiamo orchestrato colpi di Stato in Africa, eretto muri di gomma a ogni strage di Stato, rispedito in Libia migranti con il diritto d’asilo, aiutato dittatori, spedito rifiuti chimici speciali e nucleari ai paesi del Terzo Mondo, dato armi a chi opprimeva.

Abbiamo tanto sudiciume addosso che anche una parola simpatica come “ambaradan”, utilizzata nell’italiano corrente persino nei giochi per bambini per indicare uno stato di confusione e caos, deriva dal nome della località etiope di Amba Aradam, dove nel 1936 i nostri italiani utilizzarono massicciamente bombe di gas venefici.

Se un venditore di sogni scaduti come Silvio Berlusconi è stato a capo della nostra politica e del nostro modo di vivere per più di vent'anni, se non siamo mai riusciti a staccarci davvero dal Vaticano e lo abbiamo inseguito con partitini a forma di croce, se la sinistra non è sinistra e se gli italiani di sinistra sono, in maggioranza, bigotti, ottusi, classisti e figli di papà, se un fidanzato nero o musulmano per nostra figlia nemmeno per sogno "ma non perché..., ma perché...", se ministri della Repubblica dichiarano che "bisogna convivere con la mafia" e che "con la cultura non si mangia", se un vice presidente del Senato può paragonare il ministro Cécile Kyenge ad un orango per il suo colore della pelle ed i tratti somatici, bisogna indignarsi sì, ma non sorprendersi e scandalizzarsi.

Noi, italiani, non siamo brava gente, non lo siamo mai stati più di altri. Per esistere ed evitare il sudiciume e la violenza che in questi anni sempre di più caratterizzano le nostre società italiote, bisogna mettere in discussione tutto, anche l’esistenza stessa dell’Italia, con un profondo e lungo dibattito storico e politico. Per la prima volta dobbiamo assumerci le nostre responsabilità.

Gerusalemme, 15 Luglio 2013
Testo: Alessandro Di Maio / @alexdimaio
Foto: cartolina dall’Etiopia italiana del periodo fascista